Moda sostenibile: dagli scarti alimentari alle passerelle | ockstyle

Moda sostenibile: dagli scarti alimentari alle passerelle

Sapete che da un certo tipo di rifiuti alimentari si ricavono filati, tessuti e capi in eco-pelle? Largo alla moda sostenibile: dagli scarti alimentari alle passerelle.

Ma come fa una buccia di banana a passare dalla pattumiera alla passerella?

Grazie a un sistema rigenerativo che utilizza chimica ed energia plant-based (d’origine vegetale) per trasformare le fibre alimentari in capi d’abbigliamento, accessori, ecc.

Si riesce a filare da bucce di mele e arance, bucce di banana, foglie di ananas, corteccia di canna da zucchero, funghi e persino il latte può essere trasformato in filo.

Nel nuovo panorama di tessuti sostenibili ci sono anche quelli a base di gambi di loto, gusci di noce di betel, petali di rosa, ananas, fondi di caffè, eucalipto… la lista è lunga.

Ecco qualche esempio di produzioni molto speciali:

  • per gli scarti di mela ci ha pensato l’ingegnere altoatesino Alberto Volcan, con Pellemela;
  • un’altra pelle vegetale tutta italiana ricavata dai rifiuti prodotti durante la vinificazione è Wineleather della Vegea srl di Milano.
  • C’è anche dell’eco-pelle da ananas della spagnola Piñatex, o da cactus della messicana Desserto; e che dire del mango dell’olandese Fruit Leather.
  • Ci sono anche tessuti ottenuti dagli scarti degli agrumi dell’Orange Fiber srl di Catania;
  • ma ci sono anche i tessuti di lino, canapa, agave, cocco, ginestra. gambi di loto.

Se consideriamo che un terzo di tutto il cibo prodotto nel mondo andrà sprecato, poterlo riutilizzare significa meno rifiuti alimentari che verranno bruciati o lasciati marcire, e meno gas metano e anidride carbonica in atmosfera.

Non sono più solo cibo o rifiuti, sono il segno che anche la moda può fare la sua parte.

Chi usa eco-pelle?

Ma chi usa eco-pelle? Ecco i designer e brand che stanno contribuendo al miglioramento dell’impronta ecologica nella moda.

  • Pelle di mela. Gianni Dalla Mora, fondatore di Womsh, ha una linea vegan di sneaker prodotte con Pellemela. Utilizzata anche dalla Fabriano Boutique per la linea Holy-Wood (astucci, zaini, porta documenti);
  • Pelle di vino. In Wineleather troviamo una collezione disegnata da Tiziano Guardini per Vegea, sneaker della Zeta-Shoes e Mr. Porter, stivali di H&M STUDIO SS21, ma anche la Maison Peau Neuve e Pangaia stanno usando “la pelle di vino” per le loro collezioni.
  • Pelle di agrumi. Parte di un progetto green-fashion della Salvatore Ferragamo, è utilizzata anche da H&M per la loro “Conscious Collection”
  • Pelle di ananas. Hugo Boss è stato tra i primi brand a lavorare con Piñatex. Anche Laura Strambi fa parte dei designer dedicati alla moda responsabile; Votch ha una linea con cinturini in “pelle di ananas”, così come gli accessori e le borse fatti a mano di WWoW (Wonder Women of the World). È anche un’ottima alternativa per tappezzeria e mobili, come per Drew Veloric.
  • Pelle di cactus. Riguardo alla Desserto, è usata da Fossil in una collezione dedicata all’eco-pelle; Karl Lagerfeld e Amber Valletta l’hanno usata per la loro collezione eco-friendly di accessori essenziali. Anche la H&M ha una collezione di “pelle di cactus” chiamata “Science Story”.
  • Pelle di mango. Per quanto riguarda la Fruit Leather, c’è la Luxtra London che la trasforma in originali borse e accessori.

Fruits Collage... Moda sostenibile: dagli scarti alimentari alle passerelle | ockstyle

A proposito di “rifiuti fashion”. Nel rapporto “Rifiuti Urbani 2020” dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Prevenzione e la Ricerca Ambientale) si indica che la sola Lombardia, nel complesso, esporta circa 24 mila tonnellate di rifiuti urbani, dei quali circa 12 mila tonnellate sono tra vestiti e prodotti tessili.

Riguardo al cotone

Un’attenzione particolare va data al cotone. Dalle magliette ai cotton fioc, sebbene sia una fibra a base vegetale, è tutt’altro che sostenibile.

Dai dati rilasciati dal WWF [dati orignali in inglese]: “Il cotone è la coltura non alimentare più diffusa e redditizia al mondo. La sua produzione fornisce reddito a più di 250 milioni di persone in tutto il mondo e impiega quasi il 7% di tutta la manodopera nei paesi in via di sviluppo. Circa la metà di tutti i tessuti sono realizzati in cotone.”

Il problema è che gli attuali metodi di produzione del cotone sono insostenibili dal punto di vista ambientale. Tendenzialmente di natura OGM, è una delle colture più “assetate” al mondo ed è anche una delle più irrorate con pesticidi.

L’acqua necessaria per produrre una sola t-shirt di cotone (2700 litri circa) è abbastanza per sostenere una persona per 900 giorni. (WWF)

Scegliamo cotone biologico!
Secondo The World Count [dati orignali in inglese], il cotone biologico ha:

  • un consumo di acqua inferiore del 91% rispetto all’altro;
  • il 62% di fabbisogno energetico in meno;
  • emissioni di CO2 ridotte del 46%;
  • il 26% in meno di erosione del suolo.

Cos’altro si fa con gli scarti alimentari?

Ma cos’altro si fa con gli scarti alimentari? C’è il biogas, ottenuto dal trattamento di mais, polpa di barbabietola, trucioli di legno o scarti di frutta e verdura in appositi impianti. È il risultato della digestione anaerobica di appositi microrganismi che, a una corretta temperatura, si trasforma in un gas biologico che può essere utilizzato per alimentare caldaie e motori (produzione di energia elettrica e autotrazione).

Tanti sono i modi per riciclare i rifiuti o trasformarli in nuovi prodotti.

  • Le bottiglie di plastica (PET) si riutilizzano per produrre nuove bottiglie, ma anche il tessuto “pile” usato per felpe e tute.
  • Piatti e bicchieri di plastica sono impiegati per produrre materiali per l’arredo urbano e l’edilizia.
  • Recuperare il vetro è importantissimo, può essere riciclato praticamente all’infinito per produrre altre bottiglie, contenitori e altri manufatti.
  • Sapevate che con le lattine di birra o coca cola si possono produrre caffettiere, pentole e addirittura biciclette?
  • E poi ci sono i rifiuti derivanti da apparecchiature elettriche ed elettroniche fuori uso (RAEE). Si riesce a recuperare dal frigorifero alla lavatrice passando per forni, lavastoviglie, pc, videoregistratori, stereo, cellulari, ma anche lampadine, pile, neon…
  • C’è anche un sottoprodotto chiamato FOS (Frazione Organica Stabilizzata) ottenuto da rifiuti organici non correttamente differenziati. Dopo un processo di biostabilizzazione può essere utilizzato come copertura delle discariche e per recupero paesaggistico di aree bonificate o degradate.
  • Naturalmente esistono anche tecniche per un recupero creativo di contenitori, tessuti, carta, legno, o metalli. Parliamo di bijou, lampade, portacandele, fioriere, cornici e bricolage​

Tutti sappiamo che frutta e verdura fanno benissimo, non sarebbe meraviglioso se potessimo utilizzarne tutte le parti, limitando così gli scarti? Noi diciami di sì!

Naturalmente questa non vuole essere in alcun modo una lista esaustiva, l’elenco è sicuramente lunghissimo. Segnalateci pure altri brand dedicati alla moda sostenibile, saremo felici di includerli.

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